Noi. E voi.

Siamo gli amici di Dom Franco, coloro che hanno condiviso con lui molti momenti importanti. Ma tra di noi ci sono anche coloro che Franco non l'hanno mai conosciuto e solo dopo sono stati attratti dal suo magnetismo.



Nemmeno un anno prima che Dom Franco morisse, il "gruppo" degli amici di Trento, dopo tanto tempo di informalità, aveva deciso di costituirsi in Associazione per poi poter chieder l'iscrizione presso l'Albo provinciale delle Associazioni di volontariato del Trentino.

Perchè dopo 39 anni si era avvertito il bisogno di darsi una forma che "burocratizza" un po'? Non era sufficiente continuare come si è sempre fatto?

Avevamo discusso molto rispetto al rischio di "autoreferenziazione" che minaccia tutte le associazioni/organizzazioni, ma ritenemmo che andando avanti con gli anni (anche di età) forse ci sarebbe stato bisogno di qualche cosa che aiutasse il nostro spontaneismo, che garantisse continuità e, se possibile, maggiore efficacia alla nostre azioni di supporto all'impegno di Dom Franco e dei suoi collaboratori.

Chi siamo?

Siamo il vecchio "Gruppo" di Trento nato nel novembre del 1966, più tutti quelli che si sono aggiunti nel tempo, condividendo l'amicizia con Dom Franco e, per quanto possibile sostenendolo nel suo impegno.

Il modo migliore di presentarci ci sembra quello di riportare, qui, testualmente la lettera che il giovane Padre Franco ha scritto agli amici, il 26 febbraio 1972 quando, a bordo della nave Giulio Cesare, per la prima volta, all'inizio della sua esperienza missionaria, faceva rotta verso il Brasile.
Questa lettera, riletta a distanza di 33 anni, ci è sembrata il miglior "manifesto" possibile per la nostra iniziativa.

Nave G. Cesare 26/02/1972

Carissimi
vi scrivo queste righe mentre ormai la nave procede in acque brasiliane: tra due giorni sbarcherò a Rio e, dopo un po' di rodaggio, raggiungerò il Maranhao e il lavoro.
Devo dire intanto che questo viaggio è magnifico per le cose viste, gli incontri interessanti, la vita di bordo, le occasioni di riflessione che mi ha offerto. Mi sento abbastanza sereno, dopo le ore di tristezza dei primi giorni: l'affetto e la cordialità di cui sono stato circondato prima di partire, soprattutto il saluto dei miei genitori a Genova, mi hanno reso molto difficile il distacco fisico da un ambiente in cui ho gioito e sofferto, in cui in fondo ho trovato sempre un significato per me.
Ora però, man mano che la nave mangia i chilometri, mi accorgo di essere interiormente più libero, più realista, più fiducioso; vedo che mi torna il senso dell'umorismo.
Certo, io mi rendo conto che tutta la realtà che è stata il mio pane di questi anni deve continuare ad essere mia, perchè (non l'ho mai avvertito come adesso) ho bisogno della vostra fede, ho bisogno di riconoscere in voi degli amici che, senza retorica, mi aiutino a camminare perchè anch'essi sono coinvolti dalla stessa ansia di portare un po' di freschezza e di amore nel posto dove si trovano.
E poi vorrei essere capace di portare la vostra ricchezza ai fratelli che incontrerò e comunicare a voi la loro.
Non importa se avremo molti traguardi vistosi da mettere in comune; almeno metteremo insieme la sincerità con noi stessi, il nostro desiderio di essere concreti nella comunione, la nostra speranza. La parola giusta è proprio la speranza. Io penso spesso in queste ore di viaggio al mio futuro. Ma non voglio cedere al calcolo pessimista di chi si basa su valutazioni puramente razionali; neanche voglio cedere ai facili impulsi dell'ottimismo: sarebbe un gioco d'azzardo.
Credo piuttosto alla speranza. Non quella che mi fa attendere che piova dal cielo un dio tappabuchi che mi lascia con le braccia incrociate e neanche quella che si affida ad un dio, ingegnere a riposo, che un giorno ha caricato il mondo come un orologio e poi si è ritirato a fare la siesta tra le nuvole.
Vorrei, invece, fare la strada con il Dio dell'Esodo, che sta davanti al suo popolo e lo chiama, lo spinge, lo invia, lo fa crescere e lo libera.
La Bibbia ci parla di un Dio nomade che vuole un popolo nomade, che vuole che non ci sediamo mai soddisfatti delle posizioni raggiunte, ma spostiamo continuamente il polo della nostra tensione, per essere ogni giorno più veri e più liberi, più disponibili, più poveri delle nostre sufficienze fasulle. Anche se questo comporta dei salti nel vuoto o delle scelte strutturali nuove.
Quello che importa è essere aperti a questo Dio della speranza che viene a far nuove tutte le cose.
Ed è proprio qui che non deve inciampare il nostro cammino quaresimale, anche se spesso abbiamo paura dei rischi della libertè, dell'autenticità, dell'amore, anche se spesso preferiamo foderarci di normale "buon senso" per intrupparci nel gregge e lasciarci vivere seguendo la corrente.
Ma allora non diventiamo mai uomini nuovi, allora la morte non sarà vinta, anche se Gesù con la sua resurrezione ha già messo la dinamite a tutte le nostre tombe.

Ecco, cari amici, le riflessioni che mi sono venute in questa mattina di sole bruciante. Ve le mando con la semplicità e la sincerità con cui vi mando un grazie grosso come il mare, per tutto quello che avete fatto per me, per la vostra amicizia, per le bellissime ore passate insieme. Spero che tutto continui per sempre. Porto avanti a Cristo le vostre ansie ed i vostri problemi, soprattutto il vostro desiderio di cose buone e belle. E vi faccio tantissimi auguri. Un abbraccio affettuoso a tutti

Franco